15/05/2023 Ottavo giorno Lecce a Brindisi
BRINDISI
15 /05/23
Arrivati a Brindisi abbiamo visitato la città fino al primo pomeriggio e siamo tornati a Lecce.
Dalla stazione dei treni passati per Piazza Cairoli e diretti all'area archeologica detta " San Pietro degli Schiavoni", poi palazzo Grafanei - Nervegna cercando di capire la lunga storia di questo bel palazzo.
Once in Brindisi we visited the city until the early afternoon and returned to Lecce. From the station, the trains passed through Piazza Cairoli and headed for the archaeological area known as "San Pietro degli Schiavoni", then Palazzo Grafanei - Nervegna trying to understand the long history of this beautiful building.
La famiglia Granafei sarebbe stata originaria di Costantinopoli da cui fuggì quando fu presa dai Turchi di Maometto II per rifugiarsi a Oria. Nel 1508 si trasferì a Brindisi in quanto Ferdinando d'Aragona offriva numerosi incentivi per ripopolare la città salentina. Il palazzo passò ai Nervegna nel XVIII secolo quando i Granafei decisero di trasferirsi a Mesagne.
La famiglia Nervegna, originaria di Ortona, agli inizi dell'Ottocento si stabilisce a Brindisi. Giuseppe, figlio di Vincenzo, svolge l'attività di commerciante: ha un negozio "in Largo di Porta Reale" e si occupa della compravendita di olio, avene e altri prodotti alimentari in particolar modo sulle piazze di Trieste, Venezia e Napoli. Nell'attività è affiancato dal cugino Domenico, figlio di Giustino. Entrambi sono ricordati da Nicola Vacca, in Brindisi ignorata, il primo come "carbonaro" facente parte della vendita carbonara nominata "Liberi piacentini", il secondo, Domenico, come "settario graduato".
Giuseppe, figlio di Vincenzo e Domenico, figlio di Giustino, originari di Ortona e "negozianti" di professione, sono i primi Nervegna a trasferirsi a Brindisi. Giuseppe da Anna Runcaldier, di Trieste, ha 8 figli (due dei muoiono ancora neonati) che lascia prematuramente nel 1833, a circa 50 anni. I suoi averi (immobili e terreni) saranno in parte venduti al pubblico incanto per ripartire l'eredità tra la moglie e i figli, tutti minorenni, Anna, Cristina, Giuseppe Francesco Camillo, Luigi, nato a Trieste (che morirà a 17 anni), Antonio e Maria Addolorata. I due figli Giuseppe e Luigi, come il padre, si dedicano ben presto alla compravendita di prodotti alimentari (avene, olio, grano, vino), costituendo nella seconda metà dell'Ottocento una "società commerciale". Contemporaneamente accrescono il loro patrimonio acquistando masserie e terreni (oliveti e vigneti) a Brindisi e nei comuni limitrofi e immobili, tra i quali il palazzo Granafei, nel 1862.
Da segnalare anche una fornace di loro proprietà, sita in vico I del Monte.
Giuseppe in particolare, persona erudita e grande appassionato di archeologia e di numismatica (la preziosa raccolta dei volumi di numismatica è custodita presso la biblioteca pubblica arcivescovile "A. De Leo" di Brindisi), intreccia la sua attività imprenditoriale con la politica. È consigliere, come il fratello Luigi, della Camera di commercio di Terra d’Otranto sin dal dicembre 1864 e presidente della stessa dal 1869 al 1881, carica che ricopre battendosi per lo sviluppo del commercio dei prodotti locali attraverso lo sviluppo delle risorse del territorio (i porti di Brindisi, Taranto e Gallipoli) e la costruzione di infrastrutture adeguate (rete ferroviaria). In qualità di consigliere comunale e provinciale e console di Germania è parte attiva nel chiedere al governo e all'amministrazione locale maggiore attenzione all'adeguamento del porto di Brindisi, alle esigenze delle rotte commerciali internazionali e alla rapida conclusione dei lavori di ristrutturazione. In qualità di viceconsole britannico sin dagli anni sessanta si prodiga perché la classe commerciale inglese ponga maggiore attenzione al ruolo del porto di Brindisi una volta che sarà scalo della Valigia delle Indie. Sarà infine tra i proprietari terrieri che costituiscono nel 1901 a Brindisi il consorzio agricolo cooperativo. Giuseppe e Luigi Nervegna muoiono nel 1908 lasciando i loro averi in eredità a Oscar Maria, primogenito di Giuseppe: con loro cessa l'attività imprenditoriale della famiglia e pochi anni più tardi anche il palazzo sarà venduto.
Nei primi anni del XIX secolo la famiglia Granafei si trasferì a Mesagne, dove ha acquistato una serie di proprietà, e nel 1862 vendono il palazzo ai fratelli Nervegna, Luigi e Giuseppe, titolare di una società per il commercio di prodotti agricoli pugliesi che trasportava nei diversi porti dell’Adriatico attraverso le navi di Teodoro Titi, esponente di una delle più antiche famiglie brindisine giunte in città nel XVII secolo dalla Spagna. Nervegna inoltre fu proprietario anche di una fornace di laterizi, si batté per lo sviluppo della commercializzazione dei prodotti locali attraverso lo sfruttamento delle risorse dei porti del territorio e la costruzione delle infrastrutture adeguate, quali la ferrovia; viceconsole britannico, consigliere della Camera di commercio di Terra d’Otranto sino dal dicembre 1864, presidente nel giugno 1869 fino al 1881, consigliere comunale a Brindisi dagli anni Settanta e dal 1876 consigliere provinciale. Fu viceconsole olandese e console della Germania e dal 1901 tra i fondatori del Consorzio agricolo cooperativo. Ereditato dal padre e dallo zio nel 1908, Oscar Maria Nervegna vende l'edificio nel 1921 alla società anonima Piccolo Credito Cattolico, gestito dal sacerdote Lorenzo Monaco (1907), che a sua volta venderà a un privato 3 vani su via Giovan Battista Casimiro e il restante palazzo con giardino al Comune di Brindisi (1930) che lo trasformerà in sede del Tribunale, della Corte d'Assise e della Pretura fino al 1976.
"[...] Palatii m(agnifi)ci Nicolai Granafei, in vicinio S(anc)ti Pelini": così per la prima volta, nel 1565, è documentata l'esistenza del palazzo (Visita pastorale di mons. Giovanni Bovio, arcivescovo di Brindisi); una prima e sintetica descrizione dell'edificio è del 1699: nel testamento dell'abate Francesco Luca Granafei, è definito un "palazzo, con sala, camere, magazzini, giardino ed altri membri superiori et inferiori [...] detto il palazzo di Granafei nel vicinato di San Pelino". L'inventario delle suppellettili del 1749 offre la descrizione della organizzazione settecentesca degli ambienti interni: al piano superiore una sala, l'anticamera "nella tramontana", tre camere poste di seguito, la cappella, "la camera nell'arcova", la "camera delle donne", la camera laterale, la camera appresso, la cucina e la dispensa; a piano terra le "camere sottane", comprendenti stalle e magazzini. Agli inizi dell'Ottocento nel Registro [Stato] delle Sezioni sono quantificati gli ambienti: "palazzo con 12 soprani e 3 sottani", giardino e 5 magazzini.
Non risiedendo a Brindisi la famiglia Granafei cede spesso in affitto il palazzo: così risulta dall'inventario del 1749 e nell'atto di vendita del 1862 quando "trovandosi esso don Luigi Nervegna ad abitare [in affitto] la suddescritta e confinata casa palazziata, vi ha acquistato una certa affezione e quindi col germano [Giuseppe] si sono determinati a chiedere il favore ad esso Don Giovanni che loro ceda in vendita, perché non potrebbe mai bisognare a lui per ragione del suo domicilio ed anche perché essi signori Nervegna vorrebbero farvi delle riduzioni per renderla atta all'uso di ambedue". Il palazzo sarà oggetto di interventi negli anni successivi: verso il 1880 risulta essere "composto da vani terreni 20, primo piano 20 e secondo piano vani 20" e giardino.
English:But the most particular thing of the palace is a big capital which belongs to one of the Roman Columns boarding on the port.
It is a beautiful piece of art in white marble, with a variety of craved Sea creatures.
In the centre of the capital you Will see a strong man, Neptune, who is the Sea god end the protector of Brindisi's Port.
You will also find some excavations of the Roman period.
Before leaving the palace, remeber to buy some gadgets and souvenirs of the city, in the BookShop of the palace.
And once out, focus on the beautiful facade!
You will see some Latin epigraphs that were considered like horrible witchcraft formulas by the illeterate people of the period.
And the last but not the least, the Granafei's family crest on the portal: a Lion with some ears of grain in its mouth, which was a symbol to celebrate the prosperous commercial exchanges of this family.Nella zona anche il Nuovo teatro Verdi. Poi siamo entrati in un palazzo con la spiegazione della storia delle due colonne i cui resti poi li abbiamo incontrati andando verso il mare.
Un quadro di Luigi Mayer del 1700 riporta i residui delle colonne pitturate come fosse una fotografia con tanto di aggiunta di due figure una delle quali sarebbe Virgilio poeta morto pochi anni prima dell'era dopo Cristo.
BRINDISI - Il dipinto “Veduta del porto di Brindisi”, un olio su tela di 45,72 per 66,04 centimetri, entra a far parte delle collezioni d’arte della comunità brindisina. A dipingerla fu Luigi Mayer (Roma 1750-55- Londra 1803), artista italo-tedesco, uno dei primi e più importanti pittori europei, della fine del XVIII secolo, dell'Impero Ottomano. Il dipinto, concesso in comodato al Comune dai coniugi Giuseppe e Maria Pia Vescina, ed accettato dal commissario straordinario Santi Giuffrè, è datato 1776, ed è, come scrive la studiosa Clara Gelao, “comparso per la prima volta ad un’asta Christie’s a New York”, nel 1993.
https://en.wikipedia.org/wiki/Luigi_Mayer
Le colonne ornamentali hanno una bella storia in Brindisi. Abbiamo anche visto piazza del Duomo con la cattedrale XVIII sec.
Le Colonne romane di Brindisi sono un monumento situato presso il porto della città. In origine erano due colonne gemelle, un unicum nel panorama architettonico dell'antichità. Come tali furono raffigurate già dal XIV secolo come emblema della città. A seguito del crollo di una delle due colonne nel 1528, il monumento è rimasto mutilo. La colonna superstite è stata smontata durante la seconda guerra mondiale per evitare crolli o danni causati dai furiosi bombardamenti subiti dalla città; tra il 1996 e il 2002 la colonna è stata nuovamente smontata nelle sue parti componenti e questa volta interamente restaurata, mentre nel piazzale circostante sono state svolte indagini archeologiche; dopo il rimontaggio, il capitello originale è ora esposto in una sala del Palazzo Granafei-Nervegna, al suo posto è stata collocata una copia.
Origini[modifica | modifica wikitesto]
Quanto all'epoca della costruzione, gli storici locali nel tempo hanno dato dimostrazione di grande fantasia, attribuendone l'erezione a Ercole (genitore di Brento, mitico fondatore della città); a Silla, che avrebbe anche concesso ai brindisini molti benefici; all'imperatore Traiano, per celebrare la costruzione del tratto finale (da Benevento a Brindisi) della Via Traiana.
Secondo il Mercklin, il capitello appartiene allo stile degli Antonini (II secolo) o dei Severi (prima metà del III secolo). Tuttavia la diversità dei marmi impiegati, l'evidente uso del reimpiego in diverse parti, la inusuale iconografia con i busti di divinità pagane in funzione di telamoni e le risultanze degli scavi archeologici nei dintorni, fanno propendere per una datazione piuttosto posteriore all'epoca imperiale romana, non escludendo una sistemazione finale in epoca bizantina.
Funzione[modifica | modifica wikitesto]
Per lungo tempo le colonne sono state ritenute terminali della Via Appia, ma considerazioni topografiche e morfologiche fanno pensare che tale ipotesi sia solo il frutto di erudizione accademica settecentesca. L'ipotesi che abbiano funzionato da faro è molto difficile da sostenere, mancando qualsiasi riscontro tipologico in altre situazioni simili: strutturalmente assurda infatti è la pretesa che tra i capitelli delle due colonne fosse innalzata una traversa bronzea con un fanale dorato.
La collocazione delle colonne nel rialzo prospiciente il porto di Brindisi e in relazione visuale con l'imboccatura dello stesso, dimostrano che furono innalzate con un intento celebrativo, forse a supporto di due statue bronzee. Si suppone che le due colonne (col Leone di san Marco e la statua di San Teodoro) che i veneziani innalzarono in piazza San Marco, proprio in fronte alla banchina più importante della città lagunare, siano una replica medievale di quelle di Brindisi.
Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

La colonna che si innalza sul porto di Brindisi è in di marmo proconnesio, misura ben 18,74 metri d'altezza: la base 4,44 m, il totale degli otto rocchi è 11,45 m, il capitello misura 1,85 m e, infine, un metro del cosiddetto pulvino.
Il suo capitello raffigura quattro deità e otto tritoni tra foglie di acanto; l'elemento sovrastante presenta tre ordini di fregi, perfettamente rispondenti, nell'ordine classico, alla tripartizione dell'architrave (non può trattarsi dunque di un pulvino).
Sul piedistallo della colonna è possibile leggere un'iscrizione che ricorda una ricostruzione della città (presumibilmente nel IX secolo, in seguito alla distruzione da parte dei Saraceni) ad opera del protospatario Lupo:
«ILLUSTRIS PIVS ACTIB. ATQ: REFVLGENS - PTOSPATHA LVPVS VRBEM HANC STRVXIT AB IMO - QVAM IMPERATORES MAGNIFICIQ: BENIGNI...»
«Lupo Protospata, illustre pio e splendido per le azioni benefiche, ricostruì dalle fondamenta questa città, che gli Imperatori magnifici e benigni...»
Dopo aver raggiunto il porto ed il mare ha cominciato a piovere cosi che ci siamo fermati ha mangiare una pizza e ripreso la strada per la stazione ferroviaria. Ritorno a Lecce.
After reaching the port and the sea it started to rain so we stopped to eat a pizza and headed back to the train station. Return to Lecce.




